#CamiSiriMarathon Lisbon

La prima volta #CamiSiriMarathon

Nonostante siano passate esattamente due settimane, la prima volta non si scorda mai. Ricordi vividi nella tua mente, come se fosse stato poco fa. Sei li, la attendi da così tanto tempo, l’adrenalina è alle stelle e si, hai le farfalle nello stomaco. Manca solo lo sparo al via.

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Entro nella mia griglia, l’adrenalina mi sta consumando, l’ansia sembra come scomparsa, è l’ora di meditare un po’. E’ domenica 2 ottobre 2016, sono le ore 8 nella fresca Cascais e sto per correre la mia prima maratona. Manca mezzora, avvio il mio Polar e cominciano ad affiorare tutti i bei ricordi.

Ricordi degli ultimi quattro anni, dove una semplice corsetta per perder peso si è trasformata nella mia vita.

Anni di sudore, anni di amicizie, anni di fatiche, anni di sorrisi, anni di delusioni, anni vissuti fino alla fine. La corsa mi ha cambiato, non solo fisicamente: mi ha fatto crescere, mi ha preparato alle sfide della vita, mi ha fatto capire quali sono i miei limiti e come non superarli; la corsa mi ha salvato la vita! Le devo tutto, le devo questa maratona

Mentre i ricordi riaffiorano, si son fatte le 8:30… ok pronti? Ma torniamo un po’ indietro

Sono le ore 4, non è nemmeno l’alba, è quasi il giorno prima. Comincio a fare il check colazione, il check abbigliamento, il check di qualsiasi cosa… avrò tutto? Esco in una Lisbona dove ancora la notte è “calda” e i party non sono ancora finiti. Arrivo in una Cais do Sodrè (la stazione dei treni) colma di podisti e di ragazzetti ubriachi, salgo sul treno.

Viaggio verso Ovest, cercando di depistare l’alba.

Cascais ancora dorme mentre il sole sorge e il vento dell’Atlantico ci mantiene svegli.Gel mangiato, acqua bevuta, pipì fatta (guai a dimenticarlo), deposito la borsa, mi riscaldo. E sono di nuovo qui, in questa griglia, cerco di non pensare o meglio penso al “bello” della corsa. Reggaeton a palla ma sono le 8:30, si parteeee!!

Le strade deserte, il suono delle onde, il respiro dei podisti.

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I primi chilometri sono in salita, per un ottimo risveglio di gambe e poi l’oceano.  Continuiamo a correre sulla costa e il suono del rock and roll si sente in lontananza (si perché nelle Rock ‘n’ Roll Marathon ci stanno i gruppetti che suonano lungo il percorso).

I primi 10km filano più che lisci, non mi spingo fino in fondo: siamo in salita e ancora ne mancano 30. Acchiappo bottiglietta al ristoro, bevo, me la verso sui piedi. Pochi chilometri e sento il “ciak ciak” (= vesciche all’orizzonte), mantengo la calma, respiro penso. Devo strizzare quei calzini prima che sia troppo tardi!

Chilometro 16, mi fermo, mi siedo, strizzo i calzini, allaccio le scarpe (molto bene, visti i miei precedenti), riparto, c’è Oieras all’orizzonte.

Lungo il percorso i passanti, gli spettatori sono a dir poco straordinari. Ci incitano, ci motivano, escono dalle loro case con bottigliette d’acqua. Vorrei abbracciarli tutti.

Continuo a correre, molto focalizzato, prendo i gel come programmato, ora vedo la Torre di Belem, ok siamo quasi a Lisbona.

Incontro due podisti italiani, cominciamo a chiacchierare per ammazzare il tempo (ahah come se ci stessimo annoiando). Uno di loro mi confessa di aver preso 30 e lode all’esame di rianimazione cardio-polmonare… ok tu starai con me (non si sa mai).

Nessuno dei tre ha mai fatto lunghi oltre i 30km per questa maratona (ma loro sono molto esperti, io no). Arrivo ai 30km: oltre questo punto ci sarà solo il buio. Ci avviciniamo al centro, fa caldo e i bombeiros (i pompieri) cominciano ad aprire gli idranti. Eccoci a Rossio, con la pavimentazione a sampietrini che odio in modo viscerale.

Ci dirigiamo verso Parque de Nações , sono al chilometro 35. Non sono in crisi (ed è la cosa che vorrei più evitare) ma sono stanco, rallento.

Chilometro 37, uno degli ultimi ristori: fa caldo, sono stanco, cammino.

Camillo non fermarti, Camillo non fermarti… il mio cervello pensa solo questo.

Non mi sento male, sto bene. Ricomincio a correre, tutti camminano, li sorpasso, resto focalizzato.

Ormai manca poco, i gel li ho presi, ai ristori son passato, ho fatto tutti i compiti a casa. Lo so, manca poco, ma sembra non finire mai. Sento la musica, comincio a canticchiare, il mio cervello non pensa più.

Un giudice di gara mi dice che sto al 41, corri corri corri (il corso di portoghese si è rivelato utile). Ma quando fila tutto liscio… crampo alla coscia sinistra.

Rabbrividisco, rallento, stiro la gamba, la schiaffeggio, prego.

E’ passato ma girandomi in direzione del percorso vedo la salita; Il finale è in salita (voglio morire). Ok qualsiasi cosa accada vi ho voluto bene, comincio a tirare un po’, sento che il traguardo è vicino.

Leggo 42km, non riesco a capacitarmi… si ma mancano quei centonovantacinque metri.

Piango, piango piango.

L’emozione è talmente forte che piango di gioia come un cretino. I bombeiros mi chiedono se stia bene: sono in un’altra dimensione ora, fatemi finire questi pochi metri.

Arrivo al traguardo, non ci credo.

Mi guardo intorno: si sono in Parque de Nações, ma sono ancora imbambolato. Ora mi fanno la foto con la medaglia, asciughiamo le lacrime. E ora stretching stretching e acqua gelida!

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L’emozione provata non è facile da buttar giù con due frasi in un semplice post. Sono in un’altra dimensione, non solo fisicamente (non mi sento più alcun muscolo del corpo), sto bene, mi sento realizzato, mi sento anche strafigo (permettetemelo). Non so come spiegartelo meglio.

Se vuoi correre un miglio, corri un miglio. Se vuoi vivere un’altra vita, corri una maratona.
Emil Zatopek

Oggi è un giorno speciale, il 2 ottobre me lo ricorderò: sarà il giorno in cui non potevo coronare al meglio i miei 20 anni.

C’è qualcuno che, arrivato a questo punto, si sarà annoiato dello storytelling e vorrà sapere un po’ di numeri. Avevo programmato di finirla tra le 3:45 e le 4 ore. Non ci sono riuscito. Ma come ho già detto prima, la corsa mi ha insegnato a capire quali sono i miei limiti e NON superarli. L’ho terminata in 4:10:48.

Nessuna delusione, perché quei 10 minuti cercherò di guadagnarli nella prossima maratona. Ma come, già pensi alla prossima?? Ma certo, mai fermarsi ahah!!

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Penso sia arrivato il momento di terminare questo lungo post… ma, come ben sapete, mentre ero li, in griglia ad attendere, il mio cervello ha ricordato tutti i bei momenti correlati alla corsa.

Tra questi, c’era Airmimi che, anche se distante mi è sempre vicino, dalla tecnica al supporto morale. C’è Beatrice, anche lei costantemente stressata da tutti i miei dubbi (anche lei ha un interessantissimo blog, leggetelo, ora!!), poi c’è il Playmore, il mio run club che cresce di giorno in giorno (e mi manca un sacco). E poi c’è RCS Active Team, la mia società, piena di amatori che come me, non vedono l’ora di programmare una nuova gara. C’è stato anche Filippo, con i consigli medico-sanitari (perché fino a due giorni prima avevo le placche in gola…). E i Podisti da Marte, sempre presenti e sempre no stop. E anche una persona che non c’è più, quello straordinario/mitico/unico Fabrizio, il capitano che in una fredda Milano di qualche anno fa me li fece conoscere e mai più lasciare. Mattia, dove il supporto è a livelli altissimi (dalla taglia del calzino, alle cavolate). Poi c’è stato mio fratello, che mi ha supportato fin dal primo giorno e che è venuto a correre anche con me!! Ai Runloveri, sempre top e sempre con te. Poi tutti gli amici, vecchi e nuovi che mi hanno incitato dall’inizio fino ala fine. Mamma e papà, che nonostante sian scioccati dalle lunghe distanze ahah, gli voglio bene.

Camillo (o CamiSiri) è cambiato. La Maratona ti cambia la vita. E la prima volta te la ricorderai per sempre.

(PS. come nelle lettere… c’è anche un video che non so ancora se pubblicherò)



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2 Comments

  • Reply
    Michele
    19 October 2016 at 4:38 pm

    Bravo, bravo, bravissimo!!!
    Non ho mai preso in seria considerazione la maratona perché la temo! La mia paura è di non avere la testa per riuscire a terminarla…ma leggere il tuo racconto mi ha dato una carica particolare e sto seriamente meditando di confrontarmi con “lei” nel 2017.

    • Reply
      camisiri
      20 October 2016 at 8:13 am

      Grazie grazie davvero! Guarda, il giorno in cui ho iniziato la mia preparazione, il mio cervello non c’era, cioè non avevo ancora la testa per farla. Poi un giorno mi son svegliato e ho capito che potevo farla e quella convinzione e quella forza, inanzitutto mi han permesso di fare i lunghissimi sotto il sole cocente di agosto e poi, di “Farla”. Ammetto di aver avuto momenti di crisi e paure nella fase di preparazione, ma bisogna affrontarli e superarli. Anche se quella mattina hai le gambe di legno, il tuo cervello ha una forza superiore! La maratona merita rispetto, tutti dicono, ma io ti dico che dobbiamo avere rispetto di noi stessi e delle nostre capacità.

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